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Il Tito Livio di Martini

“Un bambino che si inginocchia e scrive per tutta la vita”: è la lettura che Arturo Martini fa del suo capolavoro dedicato allo storico latino Tito Livio (1942). Voluta dal Rettore Carlo Anti, la monumentale scultura – 4 metri per circa 15 tonnellate – campeggia nell’atrio di Palazzo Liviano.

L’opera fu commissionata al geniale scultore in occasione del bimillenario dalla nascita di Livio, grazie al sostegno economico di Mario Bellini, un agricoltore del Polesine. La sua gestazione, ben documentata dalla corrispondenza epistolare, è piuttosto complessa, e molto appassionante da ricostruire.

Il 31 dicembre 1941 Martini scrive infatti ad Anti di essere già pronto a realizzare l’opera: “Livio è ormai nelle mie mani: so tutto, ho visto tutto e ho deciso tutto”. Ma nella stessa data l’artista invia una lettera anche all’amico don Giovanni Fallani a Roma, dove confessa: “Mi arriva tra capo e collo un’ordinazione dell’Università di Padova e cioè un monumento a Livio. Livio so poco chi sia e grosso modo non credo di amarlo, dunque vorrei un’idea”.

Il primo frutto di questo scarso amore è un bozzetto, dove è rappresentato un gruppo scultoreo con Tito Livio in primo piano, dinanzi a lui Augusto, che posa il mondo sulla storia, e poi Romolo e un soldato, intento a suonare uno strumento di guerra.

Anti è perplesso: il gruppo gli sembra  “troppo numeroso” e confuso.

Martini ci riprova: fa altri bozzetti, aggiunge un cavallo, toglie Augusto. Ma ancora non funziona. Si convince allora che è meglio un Livio isolato:“sarà il mio Mosè”. Da Carrara, dove sta lavorando, manda a Padova un telegramma: “Ho cambiato idea – fidati di me – Martini”.

Restano le foto di due studi in gesso del Livio da solo, del tutto differenti dalla statua che poi viene realizzata: uno raffigura Livio stante, con il volume in mano, l’altro seduto. Nell’aprile 1942 Martini si dichiara finalmente soddisfatto: “L’opera è superba”.

E anche Anti, che pure si aspettava tutt’altro, non può che riconoscere la “fantastica originalità iconografica della figura”. Come ripeterà ancora Martini nei Colloqui sulla Scultura: “El te tol el fià” (“Ti toglie il fiato”).